I Capricci ( e i vizi ) dei bambini, tra luoghi comuni e verità

29 November, 2019

Lo scorso Settembre ho affrontato il tema del sonno dei bambini grazie all’intervento di Barbara Bove Angeretti, consulente del sonno e dell’Educazione empatica, tanti di voi mi hanno chiesto di approfondire altri temi in particolare quello legati ai famigerati “capricci”.
Anche questa volta Barbara mi ha dato un grosso supporto accettando di scrivere per il blog un intervento a riguardo.

 

 

Capriccio è una parola che usiamo noi adulti per definire una richiesta che non comprendiamo.
Avevo sempre desiderato un giorno di poter scrivere un articolo su questo argomento e iniziare
il pezzo esattamente in questo modo: chiaro, semplice, inequivocabile.
I capricci non esistono, almeno non nel contesto di uso comune. Quelli che molti adulti (per
fortuna sempre meno) si ostinano a definire “capricci” sono solamente richieste di attenzione o
bisogni che i bimbi esprimono nell’unico modo che conoscono cioè quello amabilmente nonmediato, magnificamente non-filtrato e autentico che passa attraverso l’emozione e si traduce
spesso nel pianto.
E come mai noi adulti non capiamo più le emozioni? Come mai ci danno fastidio? Dov’è che
abbiamo perso la capacità di leggerle?
Credo che questo sia il tema più importante su cui riflettere.
L’emisfero sinistro del nostro cervello comincia a “funzionare“ attorno ai tre anni, questo perché
per i primi anni di vita, le funzioni che servono alla nostra sopravvivenza sono svolte
dall’emisfero destro: capacità di riconoscere i volti (quello della mamma e del papà), le
immagini, il linguaggio del corpo e l’istinto.
Le abilità logiche, di calcolo, verbali e matematiche sono competenze dell’emisfero destro e
servono a poco quando l’unica cosa che ti aiuta è l’istinto di sopravvivenza che dice “devi stare
sempre vicino alla mamma”.
Man mano che cresciamo però le abilità e competenze che la società ci chiede sono
principalmente logiche e verbali, quindi il cervello si adegua e si specializza su queste funzioni
a discapito di quelle che definiamo più “artistiche”, cioè tipiche dell’emisfero destro che sono
quelle più usate da pittori, musicisti, cantanti eccetera. Ecco uno dei motivi per cui a buona
parte degli adulti risulta difficile comprendere emotivamente, empaticamente un bambino (non
più neonato) che piange e cataloga quel comportamento come immotivato, irrazionale,
inappropriato, ostinato:
un capriccio!
E i vizi? Quali sarebbero? Quello di essere preso in braccio? Di essere allattato a richiesta? Di
dormire con la mamma e il papà? E di essere portato invece di stare nel passeggino?
Queste sono prime necessità di un neonato (e di un bambino più in là) e con questo termine
“prime necessità“ intendo qualcosa che ha la stessa importanza dell’aria che respiriamo1.
L’opinione comune invece etichetta un bimbo di pochi mesi come “furbo” se piange quando la
mamma lo mette nella culla o, “sfida“ quando chiede acqua per la terza volta prima di dormire
o “manipola“ se piange quando la mamma si allontana.
Tutti questi comportamenti, ormai ampiamente studiati dalle neuroscienze, hanno invece a che
fare con i bisogni primari e le tappe evolutive, un esempio: la zia che abita in un’altra città,
viene a trovare il nipotino di nove mesi, quando cerca di prenderlo in braccio il bimbo piange e
la zia stizzita, immediatamente lo etichetta come viziato. Ma, esiste una spiegazione scientifica
a questo comportamento o ha semplicemente ragione la zia?
Ovvio: la prima.
Uno studio in particolare evidenzia quanto i piccoli dipendono dalla madre più per protezione 1
che per il cibo: Esperimento di H. Harlow –
A nove mesi finisce l’esogestazione, ovvero i 9 mesi dopo la nascita, questo è un momento
molto importante che spesso coincide con la capacità di riconoscere bene i visi familiari
(competenza dell’emisfero destro, ricordate?) Questo cosa vuol dire? Che quello che viene
liquidato come “vizio”, in realtà è una importante nuova competenza cioè quella di riconoscere
un viso (quella della zia che abita lontano) classificarlo come sconosciuto e segnalarle la
presenza al familiare più prossimo (la mamma) attraverso l’unica forma di comunicazione che il
bimbo conosce (il pianto).
Ottimo lavoro piccolino!! Dovrebbe dire la zia orgogliosa, invece no: viziato.
Carlos Gonzalez nel suo illuminante libro “Besame Mucho” ci ricorda che i nostri cuccioli sono
-preistorici- ovvero non sanno per esempio che possono dormire al sicuro anche nelle loro
costosissime culle, perché non siamo più nella giungla dove da un momento all’altro può
arrivare una tigre con i denti a sciabola. Come dicevo prima i cuccioli sono puro istinto e
questo gli impone di non perdere la mamma mai! Dato che non sono ancora in grado di
seguirla, devono richiamare la sua attenzione, come? Piangendo e cercando Il contatto anche
per dormire. A dormire vicino alla mamma offre calore, protezione, nutrimento e regola il battito
cardiaco, il cosleeping (dormire nella stessa stanza) almeno fino a 12 mesi, è consigliato anche
dalle maggiori istituzioni che si occupano di sicurezza dei bimbi, come prevenzione per la
SIDS.
Risulta chiaro che molti comportamenti erroneamente etichettati da alcuni adulti come
“sbagliati” siano da considerare invece fisiologici e utili allo sviluppo e alla corretta evoluzione
fisica e psicologica dei bimbi.
A questo punto potreste dirmi “tutto molto interessante, ma per anni siamo stati educati in altro
modo e nessuno è mai morto….” e io vi risponderei: “prima era prima…. ma adesso, perché
non cambiare?”

Articolo a cura di Barbara Bove Angeretti
Consulente per il sonno e per l’educazione empatica.
Presidente dell’associazione Maternage, ricercatrice indipendente e studiosa nerd multidisciplinare.

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